Una strada che ci cambiera’

(pubblicato su Il Messaggero del 17 agosto) -Maurizio Ronconi

In questi giorni feriali molti umbri percorrendo la statale 77 per recarsi sulle spiagge dell’adriatico marchigiano, vedono grandi cantieri dove, a differenza di quanto siamo generalmente abituati, il lavoro è perfino frenetico, quasi di tipo “cinese” e ci convince che la nuova 77 sarà terminata entro i termini stabiliti, tra circa un anno.
Un risultato davvero straordinario, impensabile sino a pochi anni fa, la realizzazione di un sogno coltivato per anni da tanti umbri, particolarmente dai folignati, a cominciare dagli abitanti di quella montagna.
Una strada che cambierà radicalmente Foligno, il suo comprensorio ma anche una parte importante dell’Umbria.
Da sempre quella parte del territorio guarda di più alla sponda marchigiana che al resto dell’Umbria, un atteggiamento quasi ancestrale che affonda le radici in quella civiltà fatta prima di pellegrini e poi commerciale, legata alla via Lauretana.
Da tanti anni molti umbri ma anche marchigiani ipotizzavano una nuova e moderna superstrada, rafforzati dalla necessità di garantire un veloce approdo anche all’altra parte del mare d’Italia, necessario ad un territorio dallo sviluppo artigianale straordinario.
Tanti amministratori e politici sia umbri che marchigiani, si sono in passato adoperati per un progetto di nuova SS 77 che la modernità rendeva sempre più inutile, stretta e tortuosa da percorrere.
Tanti incontri, convegni, dibattiti, con una specificità politica che nessuno vorrà confutare: furono particolarmente, con le dovute ed importanti eccezioni, i parlamentari e gli amministratori locali democristiani i più determinati e favorevoli al progetto di una nuova strada.
Con le eccezioni dovute, e con motivazioni non sempre peregrine, politici della sinistra, interi partiti della sinistra radicale con l’appoggio di associazioni ambientaliste, non nascosero, anche di recente, scetticismo e contrarietà rispetto ad un nuovo tracciato della Foligno Civitanova Marche.
Bisogna dare atto all’allora vice ministro dell’Economia, il maceratese senatore Mario Baldassarri, d’essere riuscito a rompere gli indugi e di aver imposto il finanziamento del progetto, nuove ed inedite modalità di finanziamento dell’opera, l’avvio dei cantieri e il loro veloce avanzamento.
Oggi è sotto gli occhi di tutti. Tra un anno non solo potremo andare al mare in un’ora ma soprattutto quella parte dell’Umbria, sarà il nuovo baricentro viario di parte importante, quella dalla straordinaria attività artigianale e produttiva, dell’Italia centrale.
Tutto bene quello che finisce bene ma non si archivino meriti ed impegni e neppure contrarietà ed intralci, non si dimentichi che appena dieci anni fa, all’indomani del terremoto che colpì drammaticamente quelle zone, era tanto lontana da parte di alcuni la volontà di una nuova strada a scorrimento veloce che si spesero milioni di euro per adeguare il vecchio tracciato.
Attribuiti i meriti a chi se li è guadagnati e chiariti i profili di quei frenatori che oggi invece vorrebbero camuffarsi , sarà il caso che tutti insieme ci si predisponga in fretta a questa nuova e straordinaria opportunità, ad un centro dell’Umbria che, collegato in modo moderno grazie alla SS77 al sud delle Marche, ma anche ad Ancona con la nuova Flaminia ( in attesa pure dell’auspicato raddoppio ferroviario) e con la Centrale Umbra a Perugia, tornerà ad essere snodo viario e commerciale formidabile, capitale del terziario di questa parte d’Italia.
Non cogliere questa opportunità che la sagacia e lungimiranza di alcuni amministratori del passato ci ha offerto, sarebbe davvero l’ultimo treno perso non per Foligno ma per un’intera comunità regionale.

F35: ricordiamoci del polo umbro

(pubblic. su Il Messaggero del 27 luglio)

Solo qualche anno fa, in pompa magna, i governanti della nostra regione, annunciavano la costituzione del polo aeronautico umbro che, facendo concorrenza a quelli piemontese e campano, avrebbe rappresentato il fiore all’occhiello della nuova impresa umbra, moderna, tecnologica, avanzata .
In effetti la tradizione dell’industria meccanica umbra è antica e prestigiosa ma la sua conversione in meccanica aeronautica, tranne qualche eccezione, è abbastanza recente soprattutto nelle sue evoluzioni più avanzate.
Non è neppure un mistero che, nel tempo di una gravissima congiuntura economica ed anche occupazionale, qualche nuova assunzione c’è proprio in questo comparto.
Le industrie del polo aeronautico umbro, ciascuna con la propria specificità ed esperienze produttive, si sono ricavate uno spazio, anche se di nicchia, importante e spesso perfino prestigioso in un settore altamente qualificato e molto concorrenziale.
Date le premesse, stupisce come la politica regionale non abbia fatto quadrato per difendere la produzione e dunque le commesse per le aziende umbre legate alla produzione dei nuovissimi aerei caccia F35.
Si sa che la costruzione di questi aerei avrebbe una ricaduta occupazionale e di investimenti straordinaria .
Oltre 330 assunzioni di giovani specializzati e 50 milioni di possibili investimenti solo a Foligno rappresenterebbero non solo la soluzione per l’economia della città ma un volano straordinario per l’intera regione, la vera e definitiva nascita di un distretto industriale altamente specializzato e dall’altissima valenza tecnologica.
Una vera e propria rivoluzione copernicana.
Abbiamo in mano la ricetta per risolvere molti dei nostri drammatici problemi ed invece nulla, nessuno si muove e, chi si è mosso, lo ha fatto per intralciare, opporsi, dichiarare contrarietà con mozioni, dichiarazioni, ordini del giorno, in nome di un male inteso pacifismo ed anti militarismo.
Invece di una forte mobilitazione degli enti locali, della regione, dei parlamentari, per difendere tutti insieme ed ostinatamente le ragioni dell’industria d’eccellenza regionale, di una attività produttiva che avrebbe potuto segnare il futuro della nostra regione, non il silenzio ma perfino la protesta rumorosa ed insensata.
Al contrario ci attardiamo in manifestazioni per quello che è stato e che non sarà più, per un modello industriale e di attività produttive che appartengono al passato e che comunque non potranno più offrire prospettive non solo di ampliamento ma perfino di mantenimento degli attuali livelli occupazionali.
Sono queste le cose su cui misura la propensione per il futuro e la modernità di una comunità, la voglia e la capacità di scommettere, la sfida d’essere più capaci e bravi degli altri.
Se invece si preferisce brandire le bandiere del conservatorismo ricorrendo magari ad un pacifismo di maniera e fuori dal tempo non immaginando che la nostra rinuncia significherà la fortuna di altri paesi e di altre generazioni di giovani, dovremo convenire sulla nostra incapacità di offrire prospettive serie ai nostri figli che alla fine, prima o poi, ce lo rimprovereranno.

Difendiamo le cooperative umbre

(pubblic. su Il Messaggero del 10 aprile)

Nei giorni scorsi autorevoli commentatori hanno raccontato sulla stampa nazionale la storia del commissariamento della Banca Popolare di Spoleto e della sua cooperativa controllante, la Credito e Servizi.
Il commissariamento della banca di Spoleto è stato l’ultimo atto di una telenovela politico finanziaria con robuste spruzzate di beghe stracittadine.
Al di là dell’aspetto gossipparo, la vicenda ha un suo peso trattandosi dell’unica grande banca regionale superstite in Umbria, ancora in grande espansione, formidabile polmone occupazionale in una regione particolarmente avara di prospettive per i giovani e fortemente penalizzata nell’accesso al credito.
La Banca Popolare di Spoleto aveva anche altre peculiarità. Nella rossa Umbria, era governata da un presidente e da un consiglio di amministrazione di chiaro orientamento politico alternativo; gli amministratori non sono mai stati legati e neppure dipendenti dalle grandi famiglie della imprenditoria e della finanza regionale. Tutto questo rese la banca una eccezione nel consolidato mondo economico, finanziario e politico dell’Umbria anche se, come spesso succede, si stabilì un modus vivendi e una collaborazione con l’ingresso nella compagine societaria e poi nel consiglio di amministrazione, dei rappresentanti delle coop rosse.
Con le difficoltà del Monte dei Paschi, detentore di una importante quota della BpS, l’uscita della Lega delle cooperative dal consiglio di amministrazione ma anche a causa di litigiosità interne, si aprì una nuova e difficile stagione per la banca di Spoleto sempre più bisognosa di nuovi finanziamenti difficili da reperire con i mezzi propri.
Dopo lunghe e laboriose ispezioni da parte della Banca d’Italia, la stessa, contestualmente ad una altrettanto clamorosa indulgenza verso gli amministratori del Monte dei Paschi, commissariò la Banca Popolare di Spoleto ed anche la cooperativa controllante, la Credito e Servizi.
Questo secondo commissariamento appare in realtà anomalo e poco comprensibile.
Se non è infrequente il commissariamento di un istituto bancario di cui la Banca d’Italia è istituzionalmente controllante, appare singolare l’analogo provvedimento nei confronti di una cooperativa per altro già ampiamente dimezzata nelle sue potestà a seguito del commissariamento della banca controllata.
Le cooperative, tranne quelle di credito, istituzionalmente sono controllate dal Ministero del Lavoro e dunque inspiegabile l’azione promossa contro la Credito e Servizi da parte della Banca d’Italia.
Al di là di delle vicende della Banca Popolare di Spoleto che avranno un loro naturale iter, il commissariamento della Credito e Servizi procura grave disagio ai soci azionisti della cooperativa che vedranno gravemente penalizzato il valore dei loro titoli, che saranno perfino impossibilitati non tanto a valutare e ad interferire sulla questioni della BpS, ma a gestire una cooperativa che è la loro e non certo della Banca d’Italia.
Se si vuole difendere una naturale cittadinanza del diritto, evitare sospetti di trame politico finanziarie, ai soci della cooperativa Credito e Servizi deve essere riconsegnata ogni potestà decisionale sulla loro cooperativa facendo salvi evidentemente i provvedimenti, anche di commissariamento, della BpS.
Non c’è una grande macchinazione contro la BpS o gli spoletini, ma è certo che nella vicenda si sono consumate molte anomalie, si sono registrati troppi silenzi, nessuno di quelli che avrebbero potuto si è alzato per difendere i diritti dei soci della Credito e Servizi che, è bene ricordarlo, statutariamente, compongono quell’esempio di democraticità rappresentata da ogni assemblea cooperativa in cui “una testa ha un voto”.
In definitiva si affievoliscono le speranze di registrare qualche voce, anche dei politici regionali, in difesa delle prerogative di una assemblea di soci dimenticando che si sta determinando, al di là della vicenda particolare, un precedente assai rischioso per il futuro, non solo cooperativistico, per la vita sociale nella nostra regione.

Ci vuole una banca regionale dell’Umbria

In Umbria giunto il momento di dar vita ad una banca regionale.
Non è più sopportabile che mentre si pensa alla banca del sud, l’Umbria rimanga l’ultima regione a non avere più una banca regionale ma anzi costretta a vivere la vigilia di un altro esodo direzionale questa volta a favore della Toscana.
In Umbria il credito è più costoso rispetto alle altre regioni, il risparmio viene drenato per essere investito altrove, la regione, le famiglie, le imprese di impoveriscono.
La Regione si impegni a fare da volano ad una banca regionale per poi consegnarla agli umbri.

Sulla Merloni i parlamentari battano un colpo

I parlamentari dell’Umbria e delle Marche battano un colpo ed unitariamente aprano una vertenza “Merloni” presso il Ministero delle attività Produttive.

E’ sconcertante che mentre altre criticità produttive sono state imposte all’agenda del governo, della Merloni in pochi sanno e nessuno a livello nazionale ne parli.

In Umbria con la Merloni è  a rischio un intero comprensorio inter regionale, la desertificazione di una zona già drammaticamente colpita dal terremoto, l’impoverimento di una intera regione.

Ora i parlamentari, tutti, di destra e di sinistra, rappresentino compiutamente il loro territorio e diano seguito ad ogni iniziativa, se necessario anche clamorosa, per ottenere qualche cenno di attenzione da parte del governo nazionale.

Non è più tempo né di fughe in avanti e neppure di sudditanze perché sulla vicenda si misureranno le capacità di ognuno e la Merloni deve divenire la “Termini imprese” dell’Umbria.