Cattolici: una militanza che non c’è

Lo ius soli, la cittadinanza ai giovani nati in Italia, non sarà legge, almeno per ora. Inutile ed anche scorretto tirare il Presidente della Repubblica per la giacca atteso che non è nelle competenze costituzionali del Presidente “convincere” le Camere ad approvare una qualsivoglia legge.
Sono anni che si discute in Parlamento di una nuova legge di cittadinanza. Purtroppo è anche divenuto argomento di strumentalizzazione politica ed elettorale. Questo can can mediatico e politico è servito solo a garantire spazi di visibilità a partiti che altrimenti poco altro avrebbero da proporre ai cittadini e soprattutto a far lievitare un rancore anti migranti.
Una vera e propria mutazione sociale in una Italia che da sempre è stato Paese di migranti, che con i milioni di emigranti ha contribuito in modo importante alla crescita di interi Paesi ed anche continenti. Gli Stati Uniti, l’America Latina, il Nord Europa sono stati i teatri dell’epopea degli italiani che con le loro fatiche, in non rare occasioni perfino il martirio ma anche con il loro ingegno, hanno offerto uno straordinario contributo a quei Paesi. Siamo stati anche complici del radicarsi di una malavita che spesso e, in qualche occasione ingiustamente, è stata identificata negli immigrati italiani.
Fatto è che generazioni sono cresciute nell’insegnamento civile e scolastico, nella consapevolezza che troppo spesso i nostri connazionali, obbligati dalla miseria, erano sfruttati e mal sopportati nei Paesi che pure li accoglievano. I minatori in Belgio, gli approdi ad Ellis Island con le mortificanti marchiature sulla schiena, ci avevano resi solidali con chi migrava per necessità. Questo aveva fatto maturare in Italia una particolare sensibilità all’accoglienza, alla disponibilità verso chi stava peggio. Tra tanti difetti, questo era un carattere distintivo degli italiani che pure avevano trovato nella Chiesa “militante” e nei partiti affermatisi nel dopoguerra, motivi di incoraggiamento, una capacità di interpretare il comune e popolare sentire.
Da anni ormai la Chiesa italiana ha scelto di ritirarsi dalla “militanza” per esercitare invece una presenza spirituale e per di più con Francesco di tipo francescano ed universale. Tutto probabilmente ineludibile e frutto dei tempi ma che ha determinato anche in Italia una mutazione sociale, una laicizzazione progressiva, una distinzione radicale, perfino concorrente, tra vita civile e religione, come fossero parti separate, così come è successo da tempo in altri Paesi, Stati Uniti, Nord Europa ed ora anche nei Paesi iberici. Alla Chiesa si consente la testimonianza ma si arriva a mal sopportare le prediche a favore del solidarismo universale, dell’accoglienza e della cittadinanza.
Chissà se ritornerà il tempo in cui la Chiesa si convincerà della necessità di una nuova missione, della conversione dei popoli e non solo con la testimonianza universale.
In Italia per far lievitare nuovamente il carattere solidale, per soffocare la tentazione verso un soggettivismo egoistico, serviranno a poco prediche “ex cathedra” ma molto di più non lasciare spazio alle arrembanti inculture da social, tornare ad essere protagonisti anche nella vita civile e politica indicando, indirizzando, incoraggiando, donne ed uomini capaci con la loro militanza di far riguadagnare agli italiani quei caratteri distintivi che ci resero un popolo diverso ed ammirato da tutti che non si oppone ad accogliere tra gli italiani il bimbo nero che parla solo italiano, tifa la Roma e mangia gli spaghetti, che non sa neppure quale è il Paese da cui sono fuggiti i genitori.
Al contrario continueremo ad assistere a sperticati apprezzamenti per un Papa perché vicino agli operai, ai poveri, ai clochard ma giudicato altrettanto invadente e petulante se invita alla accoglienza degli immigrati. La doppia morale di chi rischia di non avere più né una morale né riferimenti di sana convivenza civile: un Paese senza anima.

Il grande pericolo della sinistra umbra

(mio articolo su Il Corriere dell’Umbria del 10 dicembre)

La legge elettorale è stata approvata, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, proposti i collegi elettorali. E’ tutto pronto, inizia la campagna elettorale che porterà al voto entro la metà del prossimo mese di marzo.
Una legge elettorale nuova con dei collegi maggioritari e con liste proporzionali collegate, senza possibilità da parte dell’elettore del voto disgiunto, ovvero se si vota il candidato “A” nel maggioritario, automaticamente il voto va anche alle liste collegate al candidato “A”. O viceversa.
Si avrà modo e tempo per parlare della legge elettorale delle sue positività ma anche di quello che non va. Interessante invece immaginare lo scenario elettorale in una regione rossa come l’Umbria dove matura la sensazione che con questa legge elettorale i risultati politici, stagnanti da decenni, potrebbero radicalmente cambiare.
In passato, anche recente, con leggi elettorali maggioritarie o anche proporzionali, in Umbria ci si era abituati a vittorie della sinistra, prima sempre schiaccianti , poi nel corso degli anni più incerte.
La prossima volta le cose potrebbero cambiare. Anzi, cambieranno di sicuro se l’approccio del PD non dovesse radicalmente mutare in senso inclusivo, se dovesse essere confermata quella autosufficienza già ampiamente dimostrata anche nelle ultime elezioni regionali.
Proprio nelle ultime regionali il Pd ottenne il 36% che sommato al 3,5 % dei socialisti darebbe un 39% equivalente al risultato del centro destra. Nel frattempo però il Pd si è indebolito dovendo tra l’altro sopportare la scissione da parte di D’Alema, Bersani e compagnia che pure in Umbria non saranno di certo fortissimi come nel passato ma sicuramente presenti ed in grado si sottrarre al partito di Renzi molti consensi. Con questa sottrazione la sinistra, da sempre dominante in Umbria, non sarebbe in grado di vincere da sola nessun collegio maggioritario. E visto che con questa legge elettorale senza voto disgiunto la candidatura del maggioritario sarà trainante anche per le liste proporzionali, la sconfitta della sinistra in Umbria potrebbe trasformarsi in un tracollo. A meno che nel Pd umbro si cambi immediatamente registro guadagnando la consapevolezza che i tempi d’oro sono finiti, che la congiuntura della politica obbliga a scelte diverse, che le disfide tra quattro gatti nei circoli non solo sono inutili ma soprattutto dannose, che non è il momento della supponenza ma della generosità e delle alleanze, che è necessario costruire coalizioni credibili e, a dirla con l’ultimo Renzi, cercare alleati a cui garantire pari dignità e, diciamola tutta, cedere qualche collegio maggioritario.
Non sarà una operazione facile per chi da sempre è abituato a fare da solo perché tanto era sufficiente per vincere, perché i moderati, potenziali alleati, rischiano di essere attratti da un centro destra che ha dalla sua il favore dell’esercizio della opposizione e può offrire l’emozione poco politica ma molto umana della rivalsa, perché anche nel recente passato, anche con Renzi, anche in Umbria, non è che ai moderati sia sempre stata riservata considerazione ed attenzione.
Da qui al voto, in poche settimane, il Pd, anche quello umbro è atteso, se lo vorrà, ad un mezzo miracolo perché non solo politico ma soprattutto di consapevolezza per costruire le ragioni di un centro sinistra 2.0, tutto nuovo, di stampo europeo, alla Macron o anche alla tedesca, vista la nuova grande coalizione che lì si sta ricomponendo, che marchi definitivamente le distanze da quella sinistra nostalgica, operaista e anche un pò astiosa, lasciando invece spazio a quella componente della società riformista, democratica e liberale.
Questa è l’unica strada per incoraggiare uno schieramento moderno in grado di opporsi a quella parte del centro destra lepenista e francamente post fascista e al neopopulismo rozzo del Movimento 5 Stelle.
Questa rigenerazione politica della sinistra non è né facile né scontata perché dovrà superare la prova della nostalgia e della tentazione del ritorno al passato che però significherebbe rincorrere un illusorio canto di sirene che l’avvierebbe verso una sconfitta epocale anche in quella che fu la regione rossa per eccellenza
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L’uovo di Colombo

mio articolo su Corriere dell’Umbria del 24 novembre
Si riparla, molto, di Frecciarossa, di un collegamento ferroviario veloce tra Perugia e Milano.
Agli squilli di tromba della Regione hanno risposto i tamburi delle Ferrovie: si allestirà, sperimentalmente, un treno veloce in partenza da Perugia la mattina intorno alle 5 e che dopo tre ore e mezza depositi il passeggero, magari ancora un po’ insonnolito, sulla banchina della stazione centrale di Milano.
E’ scoppiata la fine del mondo. Proteste da Terni, Spoleto, Foligno, Assisi, sindaci pronti a comunicati di fuoco per l’esclusione di queste città dalla nuova tratta. Un vero e proprio festival strapaesano in cui una regione piccola, fatta di città ancora più piccole, rivendica un servizio che nel resto d’Italia è riservato a comunità decine di volte più grandi e popolate, dimenticando per altro che un servizio come quello dei treni veloci, per essere giustificato, deve avere un bacino d’utenza in grado di sostenerne l’economicità e soprattutto una razionalità delle fermate proprio per mantenere le caratteristiche di treno veloce.
Le Freccerosse, quelle vere, che collegano le grandi città, hanno tutte come caratteristica essenziale le poche, pochissime fermate. Da Napoli i treni veloci sostano solo a Roma, Firenze, Bologna, raramente a Reggio Emilia, dove per altro è stata costruita una nuova e avveniristica stazione, e a Milano. Noi umbri oggi invece immaginiamo un treno veloce che prima di partire da Perugia, per altro ad un orario per viaggiatori insonni, provenga da Terni e con adeguate soste a Spoleto, Foligno, Assisi.
La sensazione è che o si sia persa la testa o che la demagogia pre elettorale abbia preso le mani e il cervello, a molti.
Invece di disquisire su un progetto per altro sperimentale e per come immaginato destinato ad un probabile fallimento, non si è ripensato e riproposto il progetto del raddoppio della Orte Falconara, e la realizzazione di una metropolitana di superficie utilizzando i tracciati della Centrale Umbra e della Foligno Terontola. La sola voce che in queste ore manifesta questa sensibilità e volontà è stata quella della Presidente della Giunta regionale. Nessun altro degli addetti ai lavori.
Il problema vero non è quello di un treno veloce, uno solo, che parta da Perugia ad orari antelucani bensì assicurare a tutta l’Umbria collegamenti intra regionali veloci e moderni che vadano a comporre una rete che permetta anche accessi comodi e anch’essi veloci alla rete nazionale delle Freccerosse.
In altri termini non serve un Frecciarossa alle cinque di mattina che nei fatti esclude i seicentomila umbri che non vivono a Perugia, ma una rete regionale finalmente al passo con i tempi, veloce e razionale nel servizio, con carrozze che ogni quindici minuti raccolgano passeggeri e che siano collegate anche con le stazioni extra regionali da dove si possa intercettare un vero Frecciarossa diretto al Nord o al Sud del Paese. Dall’altra parte anche il raddoppio della trasversale ferroviaria Orte Falconara, oggi vera opera incompiuta, permetterebbe finalmente agli umbri un nuovo collegamento veloce sulla direttrice adriatica.
Sembrerebbe l’uovo di Colombo, di facile soluzione e che non necessiterebbe neppure di un progetto perché in larga parte esistenti e che porrebbe la nostra regione su un piano di razionalità dei trasporti simile a quello delle regioni non solo italiane ma anche europee, più avanzate.
L’insistente volontà a derubricare questo progetto ben conosciuto e in passato anche sostenuto da chi governava l’Umbria, argomento sbandierato in tante campagne elettorali, farebbe immaginare proprio ad un tentativo di archiviazione proponendo solo un inutile collegamento per perugini sficati che da Perugia alle cinque di mattina debbano recarsi a Milano e scatenando nel resto della regione una reazione di stampo provincialistico che al massimo farà sarcasticamente sorridere il resto d’Italia e offrirà motivi per giudicare non riuscita una sperimentazione perché costosa e soprattutto inutile. Il risultato sarà un perdurante isolamento e un sistema ferroviario, anche regionale vecchio e inutilizzato dai più.

La nuova politica: gli insulti

Non basta la solidarietà alla Presidente della Regione per i volgari insulti ricevuti sul solito social; già in molti, giustamente hanno manifestato la loro vicinanza a Catiuscia Marini. C’è invece l’urgenza di una riflessione su come in realtà è ridotta la politica e quali sono ormai gli strumenti, se così possono essere definiti, dell’espressione politica.
Da sempre, già dall’antica Grecia, il politico è stato bersaglio della satira, anche quella più pungente e perfino irriverente, non di rado anche offensiva. Non che la satira non sia graffiante e, a modo suo, non incida sulle vicende politiche, ma in nome della libertà di espressione molto le è stato sempre concesso e non infrequentemente anche di superare i limiti generalmente definiti invalicabili dalla buona educazione e dal convivere civile. C’è una ampia letteratura, teatro, cinema e anche televisione in cui la satira si esercitava verso il politico di turno. E spesso coglieva nel segno raccogliendo anche risultati propriamente politici. Ma era pur sempre satira.
Oggi però è cambiato a cominciare proprio dal modo di fare politica che è profondamente trasformato, volgarizzato, permettendo valutazioni e giudizi non sempre ponderati e giustificati ma pubblici e resi accessibili a tutti. Per sberleffare il politico di turno non si ricorre più alla satira ma ai social e ai post su di essi.
Perfino un comico come Grillo che della satira ha fatto il motivo del proprio successo, l’ha abbandonata per dedicarsi all’insulto politico attraverso il web; più comodo, meno difficile, più diretto.
Un tempo, fino a non molti anni addietro, l’esercizio politico era certo libero ma anche riservato a chi per passione e dunque anche con qualche principio di conoscenza e approfondimento, era impegnato non in modo solitario ma collegialmente alla vita di un partito e a tutti i riti conseguenti: incontri in sezione, convegni, approfondimenti, congressi, selezione democratica. Tutto questo rappresentava un argine , una specie di difesa della politica rispetto ad intrusioni di coloro che erano solo smaniosi di insultare e sbeffeggiare.
Non ci sono più i partiti, neppure le loro sezioni, in piazza si discute di altro, le riflessioni hanno lasciato spazio alle grida, le piazze sono solo virtuali dove senza barriere e spesso con il camuffamento dello pseudonimo c’è libertà di insulto, di volgarità di ogni tipo e per di più sfuggendo a qualsiasi contraddittorio. E’ l’esaltazione della anarchia della militanza politica.
Non che non si faccia più politica ma la si fa male evitando la gavetta, gli esempi degli anziani, l’approfondimento, tutti sono autorizzati a sentenziare su tutto, quasi sempre a sproposito e non infrequentemente in modo anche triviale.
Purtroppo i politici di oggi, quelli veri, si sono adeguati al deserto delle piazze, all’inesistenza dei partiti e scoprendo il mondo nuovo dei social si sono illusi che gli stessi avrebbero potuto sostituire quello che non c’è più, che attraverso i social avrebbero potuto comunicare ed apparire con successo ed incisività dimenticando però che non c’è più la selezione esercitata dalla passione politica e i loro interventi raggiungono indistintamente tutti anche coloro che della inciviltà hanno fatto modello di vita.
Non si giustificano comportamenti e frasi offensive ancora più gravi quando sono rivolte ad una donna ma questo nuovo humus fatto di superficialità, ignoranza e volgarità si può combattere non tanto con le doverose e scontate espressioni di solidarietà ma soprattutto inaugurando una nuova stagione di consapevolezza in cui la scuola si riappropri della funzione educatrice e renda consapevoli non solo i giovani ma anche le loro famiglie, una specie di rialfabetizzazione di massa rispetto alla quale anche i politici dovrebbero fare la loro parte riponendo grida, schiamazzi ed insulti, riscoprendo invece una maggiore pacatezza, capacità di ascolto e soprattutto studio e approfondimento.

La fuga di Errani

(Mio articolo sul Corr dell’Umbria)

Ormai è ufficiale: Errani se ne va, abbandona.
Considerando che Errani, giusto un anno fa, aveva ricevuto l’incarico di Commissario straordinario per la ricostruzione, dalla decisione assunta si può dedurre che la ricostruzione è avviata e in fase avanzata oppure, al contrario, che il fallimento è stato totale ed è meglio togliere il disturbo o, infine, che, come qualcuno dice, Errani vuole candidarsi al Parlamento e dunque smanioso di allontanare un fardello politicamente insostenibile.
Al di là dei quotidiani proclami trasudanti soddisfazione e anche auto celebrativi, delle almeno settimanali transumanze politiche nelle zone terremotate con relative promesse, dichiarazioni e comparsate televisive, basta andare da quelle parti per rendersi conto dei ritardi drammatici che un modello di ricostruzione sbagliato, inapplicabile, inaffidabile, ha determinato.
Ad oggi non si parla ancora di ricostruzione pesante, i progetti presentati di ricostruzione leggera si contano sulle dita delle mani, le macerie per lo più sono ancora là dove le ha fatte ruzzolare il terremoto, le attività produttive languono tant’è che gli operatori economici iniziano a protestare pubblicamente, molte strade sono ancora impercorribili spezzando, ormai definitivamente, collegamenti essenziali, i moduli abitativi che dovevano essere piazzati entro Pasqua in larga parte non lo saranno neppure per Natale, le stalle per ricoverare il bestiame in molti casi sono di là da venire. Intanto sono state emesse ben 35 ordinanze, l’ultima fatta per correggere le precedenti con un conseguente paralizzante caos normativo ed una inestricabile burocrazia.
La gente è esausta per le inutili trafile davanti agli uffici per la ricostruzione, impossibilitati da parte loro ad offrire soluzioni. Cala in quelle zone una drammatica assuefazione alla provvisorietà, alla incertezza, che potrebbe spingere ad una definitiva emigrazione di abitanti e di attività produttive.
In questa situazione il Commissario straordinario per la ricostruzione ( che ancora non c’è) se ne va.
Senza giri di parole, con schiettezza: o Errani è un pusillanime che di fronte alla drammaticità e al fallimento della ricostruzione preferisce sottrarsi ed andarsene, oppure le divisioni, i litigi nella così detta cabina di regia hanno reso impossibile la prosecuzione di un impegno annunciato a suo tempo con squilli di trombe e dichiarazioni roboanti di un tronfio Renzi.
C’è però anche una terza ipotesi. L’abbandono di Errani frutto della lotta fratricida nella sinistra con lo stesso determinato a candidarsi in Parlamento in una formazione concorrente a quella di Renzi e dunque una sopravvenuta incompatibilità politica con il rischio di trasformare le zone del terremoto nel campo di battaglia elettorale della sinistra. Questo sarebbe perfino più distruttivo del terremoto, soprattutto per la sinistra.

maurizioronconi@gmail.com

La sostanza peggio della forma

dal Corriere dell’Umbria del 6 agosto

Che la politica non sia mai stata una palestra per educande, che nelle aule parlamentari, regionali e comunali non siano mai stati infrequenti scontri con frasari coloriti, che “il linguaggio di tutti giorni” si ritrovi spesso anche nelle dichiarazioni televisive, sulla carta stampata e ancor più sul web, di politici noti e meno noti, che in parlamento si siano da sempre consumati scontri verbali anche violenti, non è una novità ma anzi appartiene in tutto alla storia e alla liturgia di una certa oratoria politica.
Allora non particolare stupore di fronte alla bestemmia urlata da un autorevole Consigliere regionale che ha evidentemente scambiato l’aula consiliare con un mercato suinicolo, neppure per il solito tweet che l’assessore della città serafica immaginava simpatico e arguto ma che in realtà era solo sessista, certamente inopportuni anche per l’autorevolezza della autrice i riferimenti a presunte gossippare infedeltà subite dal leader di un partito che pure degli insulti sembra abbia fatto il brand personale.
Chi ha fatto politica per tanti anni non si scandalizza più di tanto di tutto questo, di un linguaggio che pure ormai spesso supera i limiti dell’accettabile e del buon gusto. Preoccupa altro.
L’obiettivo scadimento della politica non si misura con il linguaggio che si usa ma semmai è dato dal combinato disposto del modo di esprimersi e la contestuale assoluta nullità della proposta così che la volgarità delle espressioni si sostituiscono a quelle specie di fantasmi che ormai sono le proposte.
Se in passato, all’alba della Repubblica, gli epici scontri in parlamento avvenivano su temi di straordinaria rilevanza, l’appartenenza alla Nato, la legge sul divorzio, la scala mobile, oggi ci si insulta sui vitalizi, sulla proposta di sfiducia a qualche ministro, sulla opportunità di un concerto estivo sulla sommità di un monte, sul venir meno del numero legale in Consiglio regionale.
La differenza è proprio questa: se un tempo si sconfinava anche verbalmente era la conseguenza di un confronto ideale aspro che interrogava e tormentava le menti e le appartenenze. Oggi è invece il tentativo, anche maldestro, di sottolineare e rafforzare concetti e idee deboli, appartenenze incerte, il tentativo disperato di interessare una platea distratta o perfino ostile.
Una politica che si acconcia non ad imporsi ma a farsi interpretare da “troppi ignoranti che credono di aver diritto di parlare su cose di cui non sanno nulla”, che invece di superare il gap culturale che sempre più ci ammorba e affonda, cerca di galleggiarci e di adeguarcisi, diventa sempre più una politica vuota, inutile e che sempre più sarà disprezzata e ostaggio dell’anti politica.
Questo è quello che c’è dietro l’espressività colorita della politica dei nostri giorni e, sinceramente, c’è motivo di preoccupazione non per i tanti maleducati ma per i troppi impreparati.
maurizioronconi@gmail.com

Le sovrapposizioni umbre

(mio articolo Corriere dell’Umbria del 13 luglio)

Bisogna riparlarne perché la questione quest’anno è davvero clamorosa, forse ridicola, certamente intollerabile.
Con il terremoto che ha devastato una parte, sia pur ristretta, dell’Umbria, la flessione turistica è stata evidente, l’appeal della nostra regione è crollato, le paure hanno preso il sopravvento complice anche una informazione raffazzonata, spesso disinformata.
Conseguente è stato lo sforzo della Regione, ma anche del governo nazionale, a proporre spot promozionali a favore della nostra Regione, delle sue bellezze naturali ed artistiche, dei suoi festival ed eventi alcuni dei quali ormai delle vere eccellenze internazionali.
Dall’Umbria si risponde con una incredibile sovrapposizione temporale degli eventi che ha del masochistico o del dilettantistico o, peggio, dell’egoistica presunzione. Da parte della regione, che dovrebbe avere un ruolo nella programmazione complessiva delle manifestazione umbre, una incapacità che dovrebbe far riflettere e anche preoccupare.
Quest’anno si è avuta una sovrapposizione tra la Quintana, il Mercato delle Gaite di Bevagna, le infiorate di Spello. Tre grandi appuntamenti e con le Infiorate di Spello e le Gaite di Bevagna che attirano decine di migliaia di turisti, anche stranieri. Tutte nella stessa settimana, spesso con gli eventi clou organizzati nelle stesse giornate.
Il rilanciato e assai apprezzato Festival di Spoleto, tornato agli antichi fasti mondani, si sovrappone per la metà della sua durata con la settimana di Umbria jazz, ormai manifestazione simbolicamente rappresentativa di tutta la Regione.
Si dirà che il calendario degli artisti internazionali è obbligato, che comunque si registra ovunque un grande afflusso, che da tempo si verifica la sovrapposizione degli eventi e tuttavia manifestazioni che usufruiscono di finanziamenti pubblici, Comuni, Regione e ora anche Governo, dovrebbero essere obbligate da chi di dovere ad organizzarsi in modo tale da garantire una continuità di eventi così da offrire opportunità a tutti quelli che vorrebbero assistere e partecipare ma che con l’angustia temporale non possono.
Con una meno ottusa organizzazione dei calendari che si dipani in più settimane e mesi, il messaggio pubblicitario, lo spot, questa volta gratuito ma straordinariamente efficace, affidato alla critica nazionale ed internazionale, avrebbe una ricaduta assai più concreta e positiva. Farebbe parlare della nostra bella regione molto più a lungo, molti sarebbero gli effetti positivi.
Le grandi manifestazioni possono rappresentare un traino reale per chi vorrà trattenersi qualche giorno in più nella nostra terra, la non sovrapposizione del calendario degli eventi favorirebbe di certo la nostra causa turistica.
E invece quello che apparirebbe ovvio, di buon senso, perfino necessario, non si fa, anzi, si persevera su una sovrapposizione che ormai assume il sapore della scelleratezza.
A questo punto, la regione dovrebbe imporsi e, sentiti gli organizzatori delle manifestazioni, proporre un calendario al rispetto del quale venga subordinato il patrocinio, con tutto quello che ne consegue. Se non si ottiene nulla con le buone forse lo si può avere con metodi più stringenti. Basterebbe volerlo.

Una strada a senso unico

(mio articolo Corriere dell’Umbria del 25 giugno)

Fu una cerimonia fastosa. Alla presenza del Presidente del Consiglio Renzi, ministri, sottosegretari, presidenti, sindaci, assessori e dei soliti “semprepresenti” , poco meno di un anno fa si inaugurava l’ultimo tratto della Foligno Civitanova.
Un’ opera infrastrutturale storica, attesa da decenni che finalmente collegava velocemente la parte centro meridionale delle Marche con Foligno e la Valle Umbra, pur separate dall’Appennino, tradizionalmente socialmente e storicamente vicine, da sempre.
Una strada modernissima a quattro corsie che risolve la parte più aspra del percorso infilandosi nelle gallerie dentro le montagne. Chi la percorre rimane stupito da quanto sia ormai breve il tratto Foligno Civitanova e quanto suggestivo, oltre che comodo, planare, perché questa è la sensazione, dall’altopiano di Colfiorito verso Foligno. Tutto bello.
Gli abitanti di Colfiorito, particolarmente chi è impegnato in attività turistico ricettive ma anche commerciali, dopo una iniziale e un po’ montanara diffidenza, oggi stanno scoprendo che i loro affari si sono moltiplicati, che di gente ne viene tanta perché la montagna non è mai stata così vicina, il percorso è agevole, veloce e perfino divertente.
Anche a Civitanova ringraziano. Sono tanti gli umbri, particolarmente folignati, che con maggiore frequenza arrivano sulla costa per passare qualche ora sulle spiagge, che sono sempre più “mare nostrum”, per trattenersi nei ristoranti, per visitare outlet e negozi o semplicemente per fare una passeggiata domenicale.
Una cosa però questa strada non l’ha portata: gente, turisti, operatori commerciali, viaggiatori, in senso inverso: dalle Marche a Foligno e in Umbria. Il flusso è quasi esclusivamente dall’Umbria alle Marche e non viceversa. Una disdetta, soprattutto considerando che furono proprio i folignati, politici, amministratori, imprenditori, a darsi da fare per quest’opera stradale.
Ma non è il fato che ha voluto così e neppure il caso. Questa bella strada serve essenzialmente a far fuggire gli umbri e non per far venire i marchigiani perché quello che gli altri sanno offrire noi non riusciamo a proporlo.
Quando la strada era ancora in costruzione si immaginavano modelli di finanziamento innovativi, finanza di progetto, che avrebbero dovuto favorire investimenti privati nelle zone limitrofe alla nuova strada. In molti sostenevano la necessità che il versante umbro, Foligno, Trevi, Spoleto, fosse interessato da una grande piastra logistica, non solo materiale ma anche informatica, fornendo la zona anche di banda ultralarga, di un ammodernamento della mobilità regionale a partire dalla trasformazione della ferrovia Foligno Perugia Terontola in veloce e comoda metropolitana di superficie, identificare aree su cui favorire l’insediamento, a costi competitivi, di poli commerciali ed artigianali oppure, di un terziario a servizio di un’area assai vasta dell’Italia centrale.
Di tutto questo non c’è traccia, ci siamo accontentati della strada, non abbiamo favorito soluzioni affinché la stessa fosse uno strumento di sviluppo territoriale e non solo una soluzione viaria. Nulla è stato fatto ma neppure immaginato. Così torme di folignati attraversano verso le Marche questa strada senza che vi sia un corrispettivo in senso contrario. Una strada a senso unico! Per risolvere la questione e invogliare gente a venire non basteranno a Foligno consunte offerte tipo “compri due e paghi uno” o permanenti bancarelle del sabato nel centro della città.
La sensazione è che si sia sfornata un’altra ciambella senza buco, che sia stata persa una straordinaria occasione, quella di trasformare, grazie alla nuova strada, questa parte dell’Umbria in uno snodo logistico di collegamento tra il nord e il sud, tra l’Europa e il Mediterraneo, un grande progetto che avrebbe offerto una nuova e moderna vocazione, opportunità straordinarie, lavoro e crescita ma che avrebbe richiesto unità di intenti, disponibilità, capacità di vedere in avanti, perspicacia.
maurizioronconi@gmail.com

Terni: il sindaco e una tiepida solidarietà

(mio articolo su Il Corriere dell’Umbria del 28 maggio)

Il Sindaco di Terni è stato rilasciato dopo 20 giorni di privazione della libertà personale. Troppi.
Di Girolamo è accusato di aver irregolarmente affidato appalti a cooperative così da favorire quelle locali e sociali che impiegano anche personale appartenente a categorie svantaggiate.
Non si entra nel merito delle accuse però scandalizza che un uomo, prima che politico, venga così a lungo privato della libertà, il bene più grande di cui dispongono gli uomini, per accuse già contestate da molti mesi e che non sottendono ruberie o arricchimenti illeciti.
Conosco Di Girolamo da molto e per qualche anno abbiamo frequentato, sia pure schierati su fronti opposti, il Senato a Palazzo Madama. Sempre riflessivo, pacato, con buon senso, mai al di sopra delle righe, Certamente onesto, forse, ma non è sicuro che sia un difetto, troppo ortodosso nella sua appartenenza partitica . Tutto questo ha reso davvero penosa una detenzione così prolungata.
Sorprende anche, non tanto la durezza intransigente delle opposizioni in consiglio comunale, anche se c’è da distinguere tra quelli che come al solito si sono espressi con particolare scompostezza e altri invece in modo più civile, ma la sensazione di “tiepidezza” dei compagni di partito. Se è vero che la Presidente della Giunta e anche il segretario regionale hanno assunto una posizione chiaramente garantista, se hanno manifestato immediatamente certezza sulla correttezza dei comportamenti del sindaco, altri, nello stesso partito, hanno manifestato una ritrosia nel dichiarare non tanto solidarietà a Di Girolamo, ma nella difesa dell’attività amministrativa della Giunta di Terni.
L’unanimismo in politica è sempre motivo di ambiguità, il dibattito all’interno di un partito e di una coalizione è segno di vivacità e di confronto di idee, ma manifestare perplessità o anche contrarietà non sostenendo a spada tratta l’azione di un governo locale, non facendo quadrato, da quella parte, nel momento di massima difficoltà quando pure il capo di quella amministrazione è perfino sotto accusa ai domiciliari, non è segno di grandi prospettive e neppure di civile convivenza politica. Non indugio nelle chiacchiere e pettegolezzi, non approfondisco la veridicità di faide e lotte e tuttavia questi comportamenti sono stati del tutto evidenti.
Perfino la Direzione regionale del Pd, convocata pochi giorni dopo l’arresto di Di Girolamo, si è svolta tra tatticismi, silenzi, ammiccamenti che non hanno offerto un forte segno di solidarietà e neppure un convinto sostegno al progetto politico del Pd ternano.
Questa è la realtà dei fatti di una vicenda che doveva scuotere il mondo politico regionale che invece sembra avvolto nuovamente dalle solite tentazioni soporifere che non risolvono ma acuiscono scontri ed incomprensioni.
Di tutto questo, della tiepidezza di una solidarietà politica e di partito, Di Girolamo ora potrebbe prenderne atto e di nuovo libero, la libertà vorrà riguadagnarla tutta, anche da compagni di viaggio che sembrano continuare ad avere più a cuore gli equilibri futuri che non la, incerta, sorte di una coalizione.
Questa è la politica, di oggi.

Il caso Terni e il ritorno di Renzi

(mio articolo su Il Corriere dell’Umbria del 7 maggio)

La notizia politica degli ultimi giorni, clamorosa, è la vicenda giudiziaria che coinvolge il Sindaco e la Giunta comunale di Terni.
Non è gradevole entrare a piè pari su una questione di tale delicatezza che per di più coinvolge persone dai più sempre riconosciute corrette e rigorose. Sarà la magistratura a proseguire le indagini e a concluderle, augurando che coloro che sono coinvolti possano dimostrare assoluta estraneità ai fatti.
Per auspicare che, a differenza di quanto avveniva particolarmente da parte dei partiti di sinistra ma anche di destra, oggi leghisti e i grillini, non si speculi “al tintinnio di manette”. Meglio attendere gli esiti.
Pur vicende e storie assai diverse, su piani di sicuro dissimili, la vittoria di Renzi alle primarie del Pd e la vicenda giudiziaria umbra stimolano riflessioni e valutazioni.
Chi oggi, senza attendere gli esiti, specula, manifesta perfino su quanto sta succedendo a Terni, offre un altro segno di provincialismo politico privilegiando schemi vecchi e non più utili oltre che offendere persone sotto inchiesta ma che ancora godono della presunzione di innocenza. Ancora un imbarbarimento dello scontro politico.
Così Renzi se immaginasse di incamerare il successo alle primarie per riprendere la stessa strada interrotta bruscamente dagli esiti referendari, si arruolerebbe nella stessa truppa di politicanti nostalgici che trascurano le sentenze elettorali e referendarie e considerano la rivincita politica unica arma di offesa.
Se da un lato si offrirebbe grande segno di maturità e di rinnovato impegno politico attendendo gli sviluppi dell’inchiesta ternana senza farne unico e martellante argomento per la politica delle prossime settimane, dall’altro Renzi dovrebbe cogliere la straordinaria opportunità della affermazione alle primarie per ridisegnare i margini della politica nostrana.
Aver convinto al voto il 30 aprile, nel mezzo di un ponte primaverile, quasi due milioni di cittadini e aver raccolto il 70% dei voti, non è cosa da poco, anzi, visti i tempi, straordinaria. Un patrimonio che non va disperso ma investito su argomenti e progetti nuovi e originali.
Come già hanno dimostrato i cugini transalpini, ma ancora prima Austria, Olanda, Spagna e, in parte, con la grande coalizione, la Germania, il confronto e lo scontro politico prossimo venturo sarà tra europeisti e sovranisti, tra populisti e riformisti e non più tra destra e sinistra, popolari e socialisti ma tra quelli che immaginano una Europa meno burocratica ma più unita e gli altri che spingono per tornare alle frontiere, alla fine del mercato unico, ad una nuova autarchia. Si archivieranno schemi, argomenti, schieramenti del secolo scorso per misurarsi su un piano politico tutto nuovo.
Questi saranno i veri confini del confronto prossimo venturo perché gli argomenti e i problemi della gente non sono più legati, come era, allo scontro tra classi bensì alla affermazione di una civiltà, di una cultura, di una organizzazione economica e sociale continentale e non più solo nazionale che alcuni vorrebbero intrecciare , temperare, con le modernità dei flussi, non solo migratori, con capacità di integrazione ed altri invece che auspicano chiusure, indisponibilità, una sorta di difesa permanente ed ostinata nei confronti delle nuove frontiere tracciate dalla marcia dei popoli.
Sfide davvero epocali che fanno impallidire rispetto quelle a cui eravamo abituati tra sindacati ed imprenditori, metalmeccanici e industriali, operai e padroni. Storie che, quando perfino molti operai e proletari non riconoscendosi più nella sinistra per rabbia riparano tra i populisti o l’estrema destra, hanno ormai solo il sapore di politica “d’antan”, inadatta ad affrontare l’oggi e il domani.
Dunque vivremo giorni assai interessanti in cui scopriremo se davvero in Italia ma anche in Umbria riusciremo ad andare più veloci delle nostre antiche abitudini e sapremo valutare con metro diverso fatti e avvenimenti che pure potrebbero far saltare vecchie consuetudini e determinare svolte politiche. Se ci riusciremo, anche in politica saremo salpati per approdare al nuovo secolo.