Moriranno tutti democristiani

(pubblic. su Il Messaggero del 5 settembre)

Con la fine della Democrazia Cristiana, chi all’epoca militava in qual partito, si trovò difronte ad una scelta drammatica: continuare l’esperienza politica nel Partito Popolare, alleato alla sinistra, scegliere la militanza nel nuovo partito belusconiano di Forza Italia o, infine, nei partiti dichiaratamente post democristiani di Buttiglione, il CDU e di Casini, il CCD.
La scommessa dei due consisteva, passata la tempesta distruttiva di tangentopoli, nel ricostruire un partito centrista non tanto nemico del bipolarismo ma esso stesso con l’ambizione di tornare a rappresentare un polo nella politica italiana, ovvero ricostruire la Democrazia Cristiana.
Sappiamo quello che invece è accaduto in questi ultimi 20 anni.
Si è radicato un bipolarismo all’amatriciana con un partito, Forza Italia prima e PdL dopo, gestito su basi personalistiche, di impronta più peronista che popolare ma che comunque ha sempre continuato a raccogliere milioni di voti particolarmente da quegli elettori, fieramente anti comunisti, che in passato avevano votato per la D.C.
Dall’altra l’esperimento del PD che ha trasformato un partito comunista e poi post comunista in un agglomerato fatto di tante sensibilità e storie, da quella ex democristiana a quella ex comunista, passando per i socialisti.
Quello che è certo è che è fallito, almeno per il momento, il tentativo di Casini e Buttiglione, da ultimo di Monti, di ricreare un polo moderato che, secondo uno schema europeo, fosse alternativo a quello socialdemocratico.
Oggi in Italia non c’è né un polo popolare-conservatore e neppure uno socialdemocratico-riformista ma solo un malriuscito ibrido di tutto questo.
Le ragioni e le responsabilità sono molteplici ma probabilmente la più grande è stata quella degli ex democristiani che illudendosi di una supposta superiorità politica hanno immaginato di far tornare indietro il tempo della politica per ricostruire la Democrazia Cristiana. Molto meglio sarebbe stato mettere in campo una scommessa e ricostruire una “prevalente sensibilità politica” democristiana in una dei due nuovi poli alternativi: quello di centro destra e quello di sinistra.
Almeno apparentemente, è così.
In realtà nelle ultime settimane è apparso un fenomeno nuovo e assai interessante.
Dopo il fallimento di Bersani, Letta presiede il governo con una “andatura” essenzialmente democristiana. Mai questioni affrontate di petto ma aggirate e risolte usando sempre il metro della moderazione, un dialogo sempre aperto e perfino ricercato con gli ex avversari del PdL che appaiano perfino sorpresi e ammaliati da questa “andatura” assai diversa da quella che ci si sarebbe aspettati da una conduzione di governo di un esponente di sinistra e ben lontana dai comportamenti richiesti da un bipolarismo rissoso.
Letta si è contornato di collaboratori che sono cresciuti insieme a lui nei gruppi giovanili della D.C. e che la pensano e lavorano come lui, distanti anni luce dall’ideologismo Dalemiano o dall’intellettualismo “ sempre targato” di Veltroni. Più pragmatici, mai ostili in modo preconcetto, sempre aperti al confronto.
Questo sul versante del governo.
Ma le straordinarie immagini dell’accoglienza di Matteo Renzi ai Festival del (fu ) Unità convincono definitivamente che nel Pd è in atto una vera rivoluzione.
Quella gente non sopporta più un apparato immutato dal tempo dei DS e in parte perfino del PCI. Per la prima volta si ha davvero la sensazione che anche i militanti di quel partito considerano definitivamente chiusa l’esperienza non solo ex comunista ma perfino anche quella di stampo socialdemocratico e vogliono dar vita ad un partito diverso, completamente nuovo. Per questo vogliono archiviare i dirigenti pur prestigiosi della vecchia sinistra, D’Alema, Veltroni, Bersani, e provare una nuova generazione di politici ma con radici culturali e con una formazione politica assai diversa, spingendo anche nel versante del ridicolo quelli dei vecchi che frettolosamente e in modo patetico tentano di aggrapparsi al nuovo che avanza.
Sembra che proprio questi ancora quasi ragazzotti, Letta, Renzi, Franceschini, stiano riuscendo là dove fallirono Casini, Buttiglione, e perfino Martinazzoli.
La sensazione che dalle spoglie del PD stia nascendo una specie di Democrazia Cristiana.0.2, certo diversa perché adeguata a tempi assai diversi, ma con uno spirito e soprattutto con un approccio ai problemi assai simile, moderata nel rapporto con le categorie ma anche con la società. Avvolgente ma anche rassicurante, non ideologica ma pragmatica che si rivolge non alla platea dei militanti ma ai cittadini.
Questo potrebbe essere il fenomeno politico che chiude la difficile ventennale transizione e apre davvero una nuova fase politica. In un modo che in pochi avremmo immaginato facendo morire democristiani non solo gli ex democristiani ma anche gli ex comunisti.

II Due Mondi e Uj bravi e sovrapposti

pubblic su Il Messaggero Umbria del 13.07.13 pag.51

LA POLEMICA
Sono poche le regioni in Italia che possono annoverare tra le manifestazioni culturali ed artistiche due appuntamenti prestigiosi come il Festival dei Due Mondi di Spoleto e Umbria Jazz a Perugia. Il Festival dei Due Mondi, grazie ad un personaggio straordinario come Menotti ma anche alla gran voglia degli spoletini di uscire finalmente dal tunnel del dopoguerra e da un provincialismo anche culturale che non è mai mancato troppo a noi umbri, divenne una manifestazioni davvero di respiro internazionale, con artisti ovunque riconosciuti e celebrati e che, grazie a Spoleto, alimentavano non poco il loro prestigio. Fu anche il primo vero appuntamento di gossip mondiale con celebrità che amavano far parlare di sé quando a luglio si spostavano a Spoleto.

L’INTUIZIONE DEL GRANDE MENOTTI
Furono anni davvero straordinari che fecero conoscere Spoleto e tutta l’Umbria a livello internazionale. Seguirono gli anni del lento declino insieme all’invecchiamento di Giancarlo Menotti e la scomparsa di tanti artisti che avevano fatto la storia di quel Festival.

I CONTI CON LA CONGIUNTURA
Da qualche anno, sia pure con fatica, dovendo anche fare i conti con una congiuntura difficilissima, con un duro e serio lavoro, il direttore artistico, Ferrara, sta facendo riacquisire una riconosciuta dignità artistica al Festival che è tornato ad essere una appuntamento da non perdere nel calendario artistico non solo regionale ma anche nazionale. Umbria Jazz, nata con uno spirito un po’ fricchettone e trasgressivo, negli anni è riuscita ad acquisire non solo dignità ma assoluto prestigio internazionale, è ormai un appuntamento fondamentale per il jazz mondiale e per i big del genere.

MERITI DEL PADRE PAGNOTTA
Bisogna rendere atto e ringraziare il “padre” di Umbria Jazz, Carlo Pagnotta, che al di là di alcune ruvidezze, ha saputo imporre una manifestazione che ormai è nella storia di Perugia e dell’Umbria. Dunque due appuntamenti ormai irrinunciabili, dei veri e propri “brand” per l’Umbria e che hanno un fondamentale punto in comune: immaginati, diretti ed imposti da personaggi che non hanno mai avuto a che fare con le Istituzioni locali. Non che le Istituzioni non abbiano incoraggiato e sostenuto il Festival dei Due Mondi e Umbria Jazz, ma certo non hanno mai avuto ruoli di gestione, diretta o indiretta.

I BRAND AFFIDATI A PERSONE CAPACI
Questa è stata forse la ricetta del successo delle due manifestazioni: affidate a persone competenti e capaci che non hanno mai dimostrato sudditanze ma che anzi sono sempre riuscite ad imporre le loro idee. Una sola cosa avrebbero dovuto fare le Istituzioni e particolarmente la Regione: evitare lo sconcio e la sciocchezza della contemporaneità temporale delle due manifestazioni.

E LE ISTITUZIONI CHE FANNO
Sono in molti a pensare come sia possibile che le due maggiori manifestazioni artistiche dell’Umbria, regione grande come un fazzoletto e di poco più di 800 mila abitanti, si svolgano negli stessi giorni dell’anno a poche decine di chilometri di distanza l’una dall’altra.

NEANCHE UN BUON CALENDARIO
Certamente il genere è diverso, fissare il calendario con tanti altri appuntamenti internazionali è assai complicato, ma ci si chiede come sia davvero possibile che la Regione dell’Umbria, magari proponendosi una prospettiva a lungo termine, non sia ancora riuscita nell’unica impresa che gli si richiede: far vivere artisticamente l’Umbria oltre le prime due settimane di luglio, offrire ai tanti turisti anche altre stagioni, evitare il ridicolo di un accavallamento di date che non riesce a nascondere campanilismi e sciocche gelosie.

Maurizio Ronconi Ex parlamentare Udc

«Io, valore aggiunto dell’Udc in Umbria»

Maurizio Ronconi (Udc) si rilancia dietro una Lanzillotta in odore di Ministero

PERUGIA – «L’EX MINISTRO Linda Lanzillotta è la numero uno nella nostra lista per il Senato, comunque lei sa bene che il valore aggiunto, senza dubbio trainante, in Umbria sono io, collocato al secondo posto. Ho lunga esperienza di campagne elettorali, sono radicato, conosco umori e malumori dei votanti umbri, so dove si possono trovare voti utili a una lista guardata dalla gente con palese attenzione. Lavorerò seriamente, all’insegna di un accurato gioco di squadra. Quando si vince, lo si fa sempre insieme. Sono certo che contributi concreti verranno anche dagli altri candidati, Sonia Massobrio, Otello Numerini, Andrea Volpi, Piergiorgio Pizzo e Barbara Bettelli». Maurizio Ronconi, effettivo asse portante locale della lista che la fusione dei ‘montiani’ propone a perugini e ternani, non manifesta disagio personale per l’apicalità garantita in graduatoria a una candidata esterna al territorio. Si tratta di Linda Lanzillotta, reduce da esperienze ministeriali (col centrosinistra dell’ultimo Prodi), poi affiliata a Rutelli (Api) e moglie di Bassanini, un nome che nella politica nazionale ha senza dubbio un peso. Ronconi non lo dice, ma secondo voci soprattutto romane, si ha quasi l’impressione che qualora la Lanzillotta (che si presenta soltanto in Umbria) venisse eletta, potrebbe trovare una collocazione (governativa) che le consentirebbe di lasciare lo scranno di palazzo Madama. A favore, dunque, del primo dei non eletti. Ronconi (ex consigliere regionale e anche candidato alla presidenza umbra) che al Parlamento c’è stato più volte.
Nel 2008 fallì il ritorno a Roma solamente per un migliaio di voti: il seggio ballerino, uscito dal calderone nazionale, andò alla Puglia.
Oggi l’ex parlamentare folignate, da anni legato con forte amicizia a Pierferdinando Casini, si accinge a (ri)mettersi in corsa: «Ho 60 anni, torno con piacere ad affrontare le emozioni di una campagna elettorale. Non cercherò voti per me stesso, ma a favore di una lista nella quale credo. Avrò migliaia di incontri personali, decine di riunioni. Un certo bacino di consensi c’è, si tratta adesso di incrementarlo: adoperandoci in modo corale potremmo farcela»!