21 feb

TERREMOTO PENSIAMO AL BENE COMUNE

(mio articolo sul Corriere dell’Umbria del 21 febbraio)

In molti sono ormai critici sulla gestione del post sisma. Come raramente in passato, i cittadini protestano e manifestano con sempre maggiore forza ritardi, incertezze, burocratismi.
Se si passa per le zone del terremoto si rimane davvero sconsolati nel vedere le rovine rimaste così come erano il giorno del sisma, pietre rotolate a terra ed inattesa ancora di essere sgombrate.
Sono state messe in sicurezza alcune chiese, tra cui San Benedetto a Norcia, puntellate le mura, ma il resto è rimasto tutto lì, ancora ad ingombrare strade e vicoli.
Certo, a Norcia il corso cittadino ora è percorribile, le tensostrutture sono state tirate su anche se la commistione tra terremotati ed ospiti rende dura la convivenza, le aule scolastiche accolgono i non numerosissimi alunni, ma ancora insufficienti le promesse casette di legno. Si dice che vi siano richieste, inevase, per centinaia di moduli abitativi e le piazzole dove posizionarli si stanno ancora predisponendo. Rare le attività commerciali che hanno riaperto, la zona artigianale come bombardata, drammatica, mi hanno detto, la situazione di molti agricoltori e allevatori alcuni ancora con ricoveri di fortuna per i loro animali. Si ha notizia di una specie di accaparramento di pratiche della ricostruzione da parte di alcuni tecnici in conseguenza anche di provvedimenti legislativi che non li vietano e che determineranno di certo altri ritardi e difficoltà soprattutto nella fase della ricostruzione leggera. I decreti per la ricostruzione hanno tardato e gli uffici “ricostruzione”, abilitati ad avviare le pratiche, sottodimensionati nel personale. Ancora non si è immaginato di semplificare le procedure delle gare di appalto così che il rischio di lungaggini burocratiche è concreto. Il controllo della legalità delle procedure è così stringente e perfino ossessivo da rischiare di paralizzare le stesse procedure. La politica sembra aver abdicato alle proprie responsabilità tanto da declinarle in incredibili riffe nella consegna dei prefabbricati alle famiglie terremotate. Delle attività di ricezione non si ha più traccia e l’indotto, compresi i posti di lavoro, evaporati. La strada della Valnerina, quella che collega Triponzo a Visso e, peggio, quella che, attraverso le gallerie, collega Norcia alla Salaria, la Tre Valli, rischiano di rimanere intransitabili per anni condannando tutto quel comprensorio ad una irrimediabile marginalità. Il modello organizzativo scelto per la ricostruzione è nuovo ma non appare di certo il più funzionale. Intanto, Norcia è diventata la passerella per politici, artisti, sportivi, che un giorno sì e l’altro pure si preoccupano di rassicurare sull’impegno delle istituzioni per la ricostruzione, sulle disponibilità finanziarie per avviare e concludere la titanica opera, sull’arrivo, ancora atteso, delle casette prefabbricate. Si succedono inchieste televisive, reportage, interviste. Ma i terremotati sono sempre più increduli, molti forzatamente accolti in alberghi anche a decine di chilometri da quelle che erano le loro case, ora inagibili, sradicati da una aggregazione sociale che pure in quelle zone è molto forte.
Per non parlare dei danni indotti, quelli nella parte dell’Umbria che il terremoto non ha dovuto sopportare ma di cui sopporta le conseguenze. E di certo non saranno sufficienti per convincere di nuovo i turisti a venire, spot mandati in onda in orari improbabili affidati a personaggi conosciuti, colti ma non umbri e ad alcuni neppure simpatici.
E’ giunto il momento per dircelo, senza acrimonia, senza strumentalizzazioni, al di là delle divisioni della politica: là, nelle zone del terremoto, le cose non vanno, la valutazione dei danni agli edifici va a rilento, della ricostruzione non c’è ancora traccia, l’emergenza sotto molti aspetti ha tardato ad offrire soluzioni, l’approccio, troppo compassionevole e paternalistico da parte dei politici e degli amministratori ha impedito di parlare da subito con chiarezza e sincerità ai terremotati.
Troppe promesse e poche verità. E queste obbligherebbero a dire che la ricostruzione, perché il terremoto è stato davvero distruttivo, sarà difficilissima, lunga, complicata, gli ostacoli da superare innumerevoli, le risorse necessarie inimmaginabili. Questo doveva essere detto subito ai terremotati non facendo certo mancare loro solidarietà, vicinanza, disponibilità ma anche altrettanta sincerità. Invece è mancata e oggi è il motivo del rancore di tanti. Forse ancora c’è tempo per recuperare la fiducia e la comprensione, bisognerebbe solo pensare di più al bene comune dei terremotati, al loro futuro e meno alla esaltazione di chi è accorso e di chi presenzia, nessuno escluso.

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02 feb

L’epopea delle Province

(mio articolo sul Corriere dell’Umbria del 2 febbraio)

Continua l’epopea delle Province. Da cardine delle amministrazioni locali che furono nell’Italia post unitaria, da primo presidio democratico sovra comunale di ordine costituzionale fino alla nascita delle Regioni, a cimitero dei politici, strumenti di mala politica, covi per una casta famelica, simbolo di una politica da archiviare e dimenticare.

Così è stato detto anche con una campagna con cui, politici di ogni parte con Grillo in testa, guru del giornalismo politico e autori di (male)inchieste, hanno tambureggiato giorno dopo giorno contro le Province, discettato sulla loro costosa inutilità, sul tutto il peggio che, secondo loro, vi allignava. Allora il prode Renzi, pur ex Presidente di quella di Firenze, per accondiscendere ai tanti detrattori delle Province, consegnò nelle mani del mite Del Rio il piccone per picconarle. Prima arrivò una legge che le svuotò di funzioni, di rappresentanza democratica, di finanziamenti e poi un disegno di legge costituzionale che proponeva di abolirle, cancellarle tout court. Sappiamo come è andata. Il referendum è stato vinto a furor di popolo dai NO, le Province rimangono, anzi, rimangono le rovine della province ormai alla mercé delle scorribande di politici locali che senza alcun mandato popolare, continuano a frequentarle, a farne brandelli di clientelismo, senza alcun controllo democratico e anzi, riscoprendo le peggiori abitudini fatte di inciuci e connivenze trasversali. Intanto si è disperso uno straordinario patrimonio di competenze e capacità perché centinaia di dipendenti, demotivati e spesso anche umiliati, sono stati costretti ad andare ad occuparsi di altro o peggio a non occuparsi di nulla.

Poi all’improvviso, è storia di queste ultime settimane, ci si accorge, non senza stupore e perfino anche con indignazione, che nell’Italia delle province, quella periferica, lontana dalle città, fatta di paesi e frazioni, quando avvengono catastrofi naturali come in Abruzzo e a Rigopiano non funziona più nulla. Non si spalano le strade dalla neve perché non più disponibili mezzi e neppure uomini, nessuno rimane all’allerta pronto a ricevere telefonate o mail di richieste di aiuto, gli edifici scolastici spesso rimasti senza manutenzione e neppure vigilanza, con gli alunni a seguire le lezioni con addosso i piumini per riscaldarsi. Ed ora lo scaricabarile di competenze, ignobile, erede della miglior tradizione dell’italietta.

Solo di fronte alle tragedie ci si rende conto che ancora una volta si è smontato quello che c’era senza sostituirlo con nient’altro. Quello che oggi indigna è che i soloni che qualche mese fa riempivano le colonne di prestigiosi giornali, imperversavano con dichiarazioni nelle TV parlando e sparlando delle Province incitando alla loro cancellazione, ad una archiviazione la più veloce possibile, oggi tacciono e non hanno proposto una sia pur timida autocritica. E i politici, quelli che si sono gonfiati il petto nell’assegnarsi il merito di aver svuotato e cancellato le Province, di avere, a loro dire, tagliato le spese della politica, di aver risposto alle sollecitazioni, a pulsioni demagogiche e populiste, non si sono neppure resi conto che quando si infilano le mani, per di più inesperte, nei meccanismi di governo, in quelli della pubblica amministrazione, bisognerebbe essere cauti e prudenti perché a sfasciare si fa presto ma poi si lasciano interi territori in balìa della prima nevicata, le scuole sguarnite e quel che peggio migliaia di cittadini con la sensazione di essere stati lasciati soli.

Ora non rimane che attendere, sulle Province, un prevedibile dietro front ma dopo che danni e disperazione non sono più recuperabili, dopo che uno storico reticolo organizzativo territoriale è stato malamente disperso e solo per dar retta a chi è solito predicare, seguire il tribuno del momento ma mai incedere con prudenza , saggezza e un pizzico di umiltà.

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01 feb

RENZI

Rattrista assistere ad un ex Presidente del Consiglio che tante speranze aveva suscitato e sul quale in molti avevano scommesso, affidarsi ora solo a dichiarazioni rancorose e che non offrono a chi le fa e neppure al suo partito una prospettiva seria.
Il segretario del partito di governo dovrebbe essere investito di assoluta serietà e serenità e particolarmente di responsabilità nel contribuire a fare una legge elettorale che garantisca una possibile governabilità.
Renzi non può fare il Grillo perché volente o nolente ha delle responsabilità alle quali non può abdicare

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21 gen

La questione dei cattolici

(mio articolo sul Corriere dell’Umbria del 21 gennaio)

Torna, almeno in Umbria, la questione cattolica. Ha aperto il fronte l’On. Verini esaltando in un suo articolo su questo giornale, l’impegno forte dei vescovi dell’Umbria in una terra sempre più martoriata dal terremoto ma anche da tanti disagi sociali. Poi l’autorevole intervento del Cardinale Bassetti che conferma l’impegno della Chiesa chiamando però ad una maggiore consapevolezza anche la politica. Infine il Sottosegretario Bocci che, di seguito, auspica una maggiore progettualità da parte della politica. Tutto giusto, tutto sacrosanto solo se non mancassero i protagonisti. I cattolici in politica.
E’ indubbio l’impegno straordinario dei vescovi e dei preti, l’attenzione, sia pure distratta, alle loro iniziative da parte delle Istituzioni, anche lo straordinario impegno nel sociale dei movimenti e delle organizzazioni cattoliche che però ormai rimangono nella pre politica, senza più un impegno diretto, organizzato e dunque davvero incisivo. E Dio sa quanto sarebbe importante a questo punto della nostra storia, ritrovare nella politica un impegno unitario e organizzato dei cattolici. Non è che oggi i cattolici non facciano politica, non è che non militino nei partiti, lo fanno però sparpagliati, per scelte personali e dunque con un grado di incisività pari a zero.
La campagna referendaria dello scorso mese poteva , per sua natura, rappresentare il momento più opportuno per rivedere i cattolici in prima fila, non più divisi. Nel 1946 fu proprio la determinazione unitaria, nella Democrazia Cristiana, che permise ai cattolici di imprimere un segno decisivo in quella costituzione che ancora oggi è la Carta di tutti noi. Furono i protagonisti della ricostruzione dell’Italia post fascista. Oggi invece neppure un confronto, quello referendario, che poteva essere meno inquinato da divisive logiche partitiche, è riuscito a ricomporre la diaspora dei cattolici. E’ insufficiente allora ricordare, sia pure con ammirazione, l’impegno dei vescovi, dei movimenti cattolici, la presenza di quella straordinaria solidarietà caritatevole diffusa, se poi là dove si fanno le scelte, in Parlamento ma anche nei Consigli regionali e comunali, i cattolici, perché divisi e in qualche occasione anche pavidi, non riescono a far prevalere le loro idee per esempio sulle unioni di fatto, a dire una parola di chiarezza sui fantomatici registri delle coppie di fatto, sulla organizzazione dei consultori, più abortifici che ambulatori di prevenzione, su una legislazione a favore delle famiglie e, infine, come con forza predica Papa Bergoglio, per far aprire le porte e i cuori ad una disperata immigrazione di dimensioni bibliche respingendo invece pulsioni xenofobe che ormai allignano anche tra tanti credenti e sempre più tra la “benpensante” opinione pubblica.
La sensazione è che, lo dico in generale e non specificatamente a qualcuno, si continui ad indugiare nelle lodi dell’impegno pre politico dei cattolici, dimenticando che storicamente dalla Rerum Novarum, come richiamava Bocci, questo c’è sempre stato anche in Umbria grazie ad alcuni preti illuminati che tra l’altro fecero nascere cooperative di Credito, e prima ancora i Monti Frumentari e di Pietà che contribuirono a sollevare i contadini piegati dalla mezzadria e gli artigiani da una povertà endemica. Se in tempi assai difficili, l’impegno sociale dei cattolici ebbe successo e fu protagonista del cambiamento e della modernizzazione dell’Italia è perché fu seguito e sostenuto da una presenza unitaria e militante dei cattolici in politica.
Oggi si discute su una nuova legge elettorale proporzionale. Storicamente e nei fatti questa potrebbe, teoricamente, essere la palestra giusta per un rinnovato e comune impegno ma, senza farsi illusioni, difficile da guadagnare perché il contesto è un altro, perché nel frattempo è profondamente cambiata anche la Chiesa, mondiale, senza più predilezioni, con un Papa che è, più che vescovo di Roma, per un francescanesimo universale . Allora avranno ragione quelli che prediligono la presenza organizzata dei cattolici solo nel sociale, così sarà naturale ricevere diuturni elogi per l’impegno ma altrettanto scarsi riconoscimenti e sicura ininfluenza nelle sedi istituzionali.

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10 gen

Il terremoto di serie B

(mio articolo sul Corriere dell’Umbria del 10 gennaio)

Il terremoto è stato per noi umbri, seppur in negativo, il protagonista dell’anno appena passato.
Tuttavia sembra che ancora in molti non abbiano ben focalizzato l’entità della catastrofe che va ben al di là dei pur ingentissimi danni materiali alle abitazioni, ai monumenti, agli edifici pubblici.
Norcia, ma anche altri centri della Valnerina come Preci, hanno subito una vera e propria devastazione che necessiterà, non ci si faccia illusioni, lustri, per una completa ricostruzione, per il restauro delle chiese e la messa in sicurezza degli edifici. Ci sarà poi, e questo sarà l’impegno più grande, da ricostruire un tessuto sociale, economico, di comunità, che il terremoto ha sconvolto quanto e più le abitazioni.
In queste settimane abbiamo assistito ad una vera e propria sfilata di politici, nazionali e regionali, rappresentanti di governo e di partiti. Dal Presidente della Repubblica ai due Presidenti del Consiglio che si sono succeduti. Non è mancato nessun ministro a manifestare solidarietà ed anche a rilasciare interviste alle TV . Un vero carosello di presenzialismi. Questi fari perennemente accesi sul palcoscenico delle zone del terremoto hanno però spinto in fondo alla lista delle emergenze le conseguenze che tutti gli umbri, non solo i terremotati, stanno subendo a causa del terremoto; la questione è grave quanto i danni diretti provocati dal sisma.
I danni indiretti, la drammatica contrazione dei flussi turistici, una immagine gravemente compromessa della nostra Regione, una contrazione delle attività commerciali, un impoverimento reale di tutti gli umbri, sembrano non essere ancora stati compiutamente valutati.
Il terremoto ha direttamente investito circa 6000 cittadini, tanti, ma meno dell’1% di tutti gli umbri mentre la conseguente contrazione del 40-60% del flusso turistico regionale, la grave sofferenza del comparto commerciale ed artigianale sta davvero mettendo in ginocchio tutta l’Umbria.
Quello che appare con evidenza è che a fronte di una sacrosanta mobilitazione nei comuni terremotati, del grande slancio solidaristico, di un impegno corale che in qualche caso rischia di essere perfino confuso con maldestre tentazioni di protagonismo, emerge con maggiore nettezza che c’è un terremoto ancora in parte disconosciuto, non del tutto apprezzato e valutato, quasi di serie B, che riguarda tanti altri umbri che non hanno avuto danni nelle loro abitazioni, nelle chiese, nei monumenti, che non sono sfollati ma che sono altrettanto terremotati nella loro quotidianità, nelle attività legate al turismo, al commercio, all’artigianato che pure sono trainanti per l’economia regionale, ignorati da una informazione che è naturalmente portata a generalizzare e a puntare gli obiettivi sulle immagini che fanno più notizia.
Queste feste natalizie sono state davvero tristi per gli sfollati, ma anche per chi nei borghi umbri era abituato ad assistere ad uno straordinario flusso turistico, a vedere tanta gente. Quest’anno le strade, i vicoli, le chiese dell’Umbria sembravano vivere in una specie di coprifuoco. In pochi giravano, i ristoranti vuoti come gli alberghi.
Quello che c’è da chiedere, dopo aver preso atto di tutto questo, è un intervento straordinario, della Regione ma anche dal governo nazionale affinché si veicoli finalmente una informazione equilibrata che racconti agli italiani, ma anche al mondo, che in Umbria c’è stato il terremoto, che è crollata la chiesa di San Benedetto e anche Sant’Eutizio ma che quasi tutta l’Umbria c’è ancora, bella come sempre, accogliente, intatta. Serve una grande campagna informativa e pubblicitaria, evitando magari improvvisazioni improvvide come quella del “fertilty day” proposta ad Assisi, favorendo invece un progetto organico e ben pensato di informazione, uscendo dal nostro perenne provincialismo che ci fa immaginare sufficiente l’appello dell’assessore di turno, ricorrendo invece a prestigiosi testimonial, magari umbri ma conosciuti e apprezzati nel mondo. Ne abbiamo di attrici, uomini di cultura, sportivi, artisti, che potrebbero essere chiamati a fare squadra, a sostenere una causa comune: far riscoprire al mondo l’Umbria, aiutarci a ricominciare a vivere. Potrebbe essere semplice, basta pensarci e farlo, evitando inutili autoreferenzialità.

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08 gen

La morte di Leonello Radi

Con Leonello Radi scompare un appassionato folignate, un umbro sempre pronto a difendere le ragioni del nostro territorio, un convinto assertore dell’ impegno sociale dei cattolici, un protagonista della proposta culturale non solo di Foligno ma dell’intera regione. Fece di Nemetria uno straordinario strumento di approfondimento culturale sulla necessità che i cattolici continuasseo ad essere protagonisti per il riscatto di quelli che si trovano più in difficoltà. Leonello è stato un riferimento per intere generazioni, un esempio di cattolico militante. Mancherà tanto a tutti noi ma anche agli umbri che l’ hanno conosciuto e apprezzato, che hanno condiviso il suo entusiasmo, un’ opera che rimarrà nei nostri cuori e scolpita nella storia delle nostre genti. Grazie Leonello e riposa nella Grazia di Dio.

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27 dic

LA RISURREZIONE DELLA PROVINCE

Novità sul fronte della politica umbra. La vittoria dei NO al referendum ha fatto risorgere le Province che non verranno più sciolte ma rimangono ente di governo costituzionalmente riconosciuto. Nel frattempo però, il prode Renzi, convinto di vincere sottogamba il referendum, aveva cancellato l’elezione diretta dei consiglieri provinciali sostituendola con la loro nomina da parte dei consiglieri comunali. Dunque ora avremo un ente di governo del territorio sottratto alla elezione popolare e consegnato invece ad una improbabile elezione indiretta da parte dei consiglieri comunali.
In queste ore sta andando in onda la presentazione delle liste per le elezioni provinciali senza che i cittadini ne sappiano nulla perché tutto ricondotto alle segreterie dei partiti, o meglio, visto che nella loro antica eccezione non esistono più, alle congreghe delle correnti amicali che invece prosperano in tutti i partiti.
Un rituale da brividi, sottratto ad un qualsiasi controllo democratico e consegnato ai bilancini delle correnti e sottocorrenti, in un vero e proprio festival del più antico manuale di spartizione politica. Questo è il momento dei capi bastone o comunque di quelli che aspirano a diventarlo che alla fine potranno pregiarsi di avere un consigliere provinciale fedele alla propria corrente. Ma per fare cosa? Nulla o poco più, visto che la Province sopravviveranno ma con pochissime competenze e soprattutto senza finanziamenti.
Ancora, e per essere benevoli, più singolare che a Perugia il centro destra abbia ben pensato di presentare una lista limitata a soli sei candidati mentre i consiglieri da eleggere sono dodici. Per capirci, se il centro destra prendesse la maggioranza dei voti non avrebbe comunque la possibilità di governare l’ente perché eleggerebbe solo sei consiglieri. La tentazione della lista bloccata per la spartizione e la suddivisione dei candidati tra quelli che immaginano di essere capi bastone, ha convinto che è meglio avere un consigliere di opposizione fedele che tentare, almeno per una volta, di vincere. Ci sarebbe da ridere se non si insinuasse il tarlo del sospetto che la scelta di perdere è probabilmente figlia della volontà di incoraggiare una stagione di inciuci, trasversalismi e, per quanto possibile, di clientele, del rituale della mano che lava l’altra, comunque al di là delle rispettive militanze politiche e soprattutto in barba a quella trasparenza che i cittadini reclamano sempre più a voce alta.
Una pagina nera per la politica locale che dimostra, questa volta con i fatti, quanto sia lontana dalla quotidianità, da quello che vorrebbe la gente, da come riproporsi per guadagnare un pizzico di credibilità. Ormai siamo ridotti al bar dello sport, al massimo, visto che parliamo di Province, al circolo della caccia, a rituali che non solo non hanno più neppure il sapore di democraticità ma neppure quello della opportunità.
Alla fine ci rammarichiamo se la gente non va più a votare oppure, al contrario, ci sorprendiamo se ci va in massa ma per fare piazza pulita di un campionario di felloni che non sapendo cosa sia la politica l’hanno sostituita con le camarille.

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11 dic

La nuova partita di Renzi

mio articolo sul Corriere dell’Umbria del 11 dicembre 2016

Matteo Renzi è passato dalle stelle alle stalle.
Da indiscusso leader e Presidente del Consiglio decisionista e perfino spezzante a unico responsabile del più grave rovescio elettorale della storia del Pd.
Non c’è dubbio che ci abbia messo del suo affrontando le tante questioni aperte nel Paese brandendo l’accetta , dimenticando che viviamo in un Paese abituato ad interventi condotti al massimo con l’impacco d’acqua calda e decisi con il bilancino degli opportunismi.
Ma non sarà invece che il giovane Matteo ha rincorso con un pizzico di insolenza , con freddo decisionismo e un pò di cinismo un redde rationem con i suoi avversari, soprattutto interni?
Non che la partita sia terminata, anzi, entra solo ora nel suo clou. E tuttavia da molti mesi l’ago del barometro affidava ai NO al referendum un progressivo vantaggio che ben presto è apparso incolmabile. Presuntuoso quanto si vuole ma certo non sprovveduto, il giovane Matteo ha certamente, e da tempo, convenuto che la partita sarebbe stata disperata, un sogno impossibile, un confronto contro tutto il resto del mondo. Renzi contro tutti.
L’aver radicalizzato lo scontro da un piano squisitamente costituzionale ad uno solo politico, aver forzato i toni a dismisura fino a toccare gli acuti di vera e propria rissa verbale condita da insulti personali, fa immaginare che in realtà il nostro Matteo non solo aveva da tempo capito che la battaglia referendaria era senza speranza ma il vero traguardo, questo sì a portata di mano, non più l’impossibile vittoria ma l’affermazione di una prevalenza politica. L’unico errore non aver messo in conto la straordinaria affluenza elettorale figlia anch’essa di una mobilitazione politica sia dei suoi avversari, decisi ad eliminarlo politicamente, sia del Pd, o almeno di una parte, mobilitatosi per evidente legittima difesa.
Quello che è uscito fuori è ormai da giorni sotto gli occhi di tutti con particolari che però vanno approfonditi. Lo schieramento del SI ha ottenuto , in condizioni di massima mobilitazione politica, il 40%. E questo è uno schieramento davvero omogeneo, quello che ha governato l’Italia negli ultimi 2 anni, mentre quello del NO va da Casapound a Vendola, da Fassina a Meloni, da Berlusconi e Salvini a Grillo; non sarà una accozzaglia ma certamente è una armata Brancaleone inutilizzabile per qualsiasi battaglia politica e ancor meno per governare il Paese.
Dunque il vero obiettivo Renzi lo ha raggiunto. E questo ci viene confermato dall’esame dei flussi elettorali proposti dall’Istituto Cattaneo che dicono che se il 20% degli elettori del Pd ha votato per il No, un altrettanto 20% di elettori del centro destra ha votato per il Si. D’altra parte il primo sondaggio post referendum della SWG riconosce alla attuale maggioranza di governo il 37% dei consensi, vicinissimo a quel 40% ottenuto al referendum e comunque una quota di consenso nettamente superiore a quella che, in modo omogeneo, potrebbero ottenere tutti gli altri partiti oggi all’opposizione. Con il 40% si vincono le elezioni sia con una legge maggioritaria sia con una proporzionale e Renzi punterà ad una prossima ventura vittoria elettorale partendo dai risultati del referendum e soprattutto dal chiarimento politico ottenuto proprio grazie al referendum. Una maggioranza senza il Pd del No, quella di D’Alema, Bersani, Speranza, senza la sinistra radicale di Vendola ma con il supporto dei socialisti e dei centristi che si sono dimostrati ben disponibili anche nella battaglia referendaria e ancor più omogenei su un programma di governo.
Questo è il vero quadro politico che esce da referendum. Vedremo se Renzi avrà ancora coraggio per andare avanti e soprattutto se i renziani resteranno renziani oppure saranno di nuovo attratti dai loro vecchi capicorrente.

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01 dic

La sinistra si è persa

(CORRIERE DELL’UMBRIA DEL 1.12.16)

La sinistra non c’è più. Quella di Berlinguer e poi di D’Alema , di Willy Brandt e di Gerhard Schröder, di Mitterand e oggi di Hollande, di Gordon Brown e, in parte, Blair in Gran Bretagna, di Gonzalez e Zapatero in Spagna, appartiene ormai ai libri di storia, non c’è più traccia. In Europa, al di là dello sfortunato ed atipico Tsipras, la sinistra non governa e, anzi, spesso è stata relegata al terzo posto con l’avanzata dei partiti populisti e anche di estrema destra che ormai si contendono il potere con il centro destra moderato dei popolari. Questo è in Europa orientale, quella ex comunista, ma anche nel nord Europa. In Ungheria Orbàn già costruisce muri, in Austria nelle prossime settimane può essere eletto Presidente della Repubblica un esponente della destra xenofoba, in Francia Marine Le Pen è data favorita alle presidenziali. Poi, la settimana scorsa il colpo definitivo l’ha dato Trump con la sua incredibile vittoria sulla democratica Hillary.
Chi tornasse in Italia dopo qualche tempo di assenza troverebbe Renzi al comando in nome di quello che fu il PD, figlio di una costola del PCI. Di certo non si raccapezzerebbe, troverebbe nel giovane Matteo più riferimenti con un giovane infervorato portaborse della Democrazia Cristiana fanfaniana che in un ragazzotto della sinistra studentesca con l’eskimo addosso.
Una vera rivoluzione silenziosa, un trapasso storico di quelli che furono gli schieramenti che contesero, si confrontarono e scontrarono nel secolo scorso fino a due lustri addietro.
La sinistra, già al tempo di Blair, ha smesso di fare la sinistra, ha voluto trasformarsi in un movimento più edulcorato, progressista ma più attento alle voglie della borghesia più abbiente e magari radical chic, scommettendo che il progresso e il benessere avrebbero progressivamente cancellato la classe operaia ed anche quella piccola borghesia che tanto bene non è mai stata.
Se la classe operaia non è più quella di un tempo, oggi ci sono le banlieu, i sobborghi fatti di tanti disagi e disoccupazione ma non più rappresentata da una sinistra senza più vocazione che tra l’altro ha concorso a rammollire quella destra popolare e liberale che da sempre ne aveva rappresentato la naturale alternativa. Come in un gioco di birilli il ruzzolare di uno provoca, a catena, la caduta degli altri. Così oggi ci troviamo tra i piedi Trump, Farage in Gran Bretagna, Le Pen in Francia e, fatte le dovute proporzioni, Grillo e Salvini in Italia. Hanno semplicemente occupato quello che ha abbandonato la sinistra, quello che non ha trovato una alternativa nella destra liberale; la rappresentanza dei ceti più in difficoltà che spesso non sono i più poveri ma quelli che si ritengono più danneggiati o inascoltati. Il fatto è che di fronte ad una radicale rivoluzione della composizione della società anche quelli che tradizionalmente avevano riferimenti in una destra liberale o moderata, oggi non disdegnano di indirizzare, anche loro, le preferenze verso movimenti populisti o di estrema destra.
Tutto è conseguenza delle scelte di una sinistra che ha voluto smettere di fare la sinistra disconoscendo però una storia che, aggiornata, poteva invece avere un seguito coerente con i tempi che viviamo. La politica e le sue distinzioni sono state infilate in un frullatore da cui invece escono indistinte non più riconoscibili da come erano in origine, con poche idealità e molte convenienze ed egoismi.
La storia non è mai fatta di marce indietro ma quella virtuosa rivaluta quello che è stato e ne recupera gli insegnamenti.
Nel tempo di Trump, di Farage, di Le Pen, di Grillo e Salvini, quelli che un tempo furono i popolari e i socialisti dovrebbero riscoprire le loro storie e anche i loro comportamenti per recuperarne le migliori intenzioni e le attenzioni verso una società pur diversa alla quale in un momento non certo facile offrirebbero una bussola per indicare un sentiero.

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19 nov

FERTILITY ROOM

L’inusitata proposta avanzata ad Assisi non si sa da chi della “ferility room” travalica nella sua gravità l’insipienza di chi l’ha proposta.

Al di là del fatto che appare poco credibile che gli albergatori di Assisi abbiano da soli ed autonomamente concepito questa “novità” essendo gli stessi notoriamente dotati di ben sperimentato senso critico e di conoscenza dei loro clienti che giungono ad Assisi per incontrare Francesco, la proposta sottende una incultura e una misconoscenza della storia di Assisi e una insensibilità rispetto alla misticità della città.

Un maldestro tentativo di commercializzare l’anima della gente e che non solo va respinta ma di cui si debbono scovare gli ispiratori perché con queste idee rischiano di fare danni non solo ad Assisi ma a tutta la Regione.

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